Il Labirinto di bambù di Franco Maria Ricci che sfida il tempo

 

Dalla strada una punta a triangolo svetta contro il cielo e già capisci che quello che vedrai è destinato a sfidare il tempo, come le monumentali tombe dei faraoni egizi. Materia solida fatta di muri lisci interrotti solo dai faretti, atrii e cortili, percorsi e passaggi racchiusi tra gli archi. La geometria rigorosa delle forme, simboli universali eppure aperti ad ogni interpretazione, è nuda di decorazioni in un complesso di sapore neoclassico, che parla di sogni, utopia e vocazione all’eterno circondato da viottoli, radure e svolte in una pelle vegetale: è il Labirinto di Franco Maria Ricci, la sua opera a presente e futura memoria costruita pezzo pezzo con i suoi averi in quel di Fontanellato, vicino a Parma, nel corso degli ultimi dieci anni, e aperta al pubblico dalla fine di maggio.

Dentro, le opere d’arte raccolte in una vita (e ancora non è finita), le preziose collezioni dei libri dell’Editore, una caffetteria, un ristorante stellato, la cappella a piramide. Fuori, i muri si fanno vivi, tramutandosi in alte siepi di Phyllostachys bissetii, specie di bambù protagonista vegetale del Labirinto. Ce ne sono circa 200mila esemplari di 12 specie e varietà diverse: è lì che l’Editore ci invita a perderci, in un percorso di oltre tre chilometri, dove solo il primo e l’ultimo numero indicano inizio e fine, ma tutti gli intermedi sono messi a caso. Scherzetto maligno? Chissà, a me è piaciuto pensare, forse solo un modo per ricordarci che non sempre nella vita si arriva alla meta grazie ad una via dritta e ben indicata… In caso però mi smarrissi, medito, potrei forse trovare il modo di nutrirmi dei giovani culmi del generoso Phyllostachys edulis, bambù gigante di 20 metri che compone alcune quinte…

Mentre i pensieri vagano, percorro il Labirinto condotta dalla rassicurante guida di Edoardo Pepino, il nipote dell’Editore, che mi spiega con competenza e spirito i dettagli dell’opera. In silenzio guardo quei tronchi fittissimi, alcuni larghi e sericei li tocco, incantata da tanta forza: ben si sposa il bambù, campione di crescita nel mondo vegetale, con la sfida del Ricci contro il tempo. Nel giro di 6-8 anni, quelle che erano esili piantine sono diventate intricata muraglia, tana per uccelli (il paradiso degli storni) e animaletti della campagna. Tra rami e viottoli presto altre presenze diversamente vive prenderanno corpo: quelle delle statue e sculture della vasta collezione dell’Editore, che popoleranno angoli e scorci intrigando e ispirando le meditazioni del visitatore.

Le radici dei bambù intanto, fattesi potenti, hanno già richiesto attenzione per le loro mire espansive, costringendo i creatori del complesso a metter mano ai vialetti, creando in alcune zone vasche di contenimento: i tre giardinieri fissi penseranno a domarlo giorno dopo giorno. Percorrendoli, il fresco trasuda dalle fronde, ingentilendo le ore più calde. Per questo loro dono, sono liberi di crescere alti gli steli: poi però la potatura a sei metri interviene inesorabile, per dar modo alle foglie sottostanti di godere anche loro del giusto sole ed evitare che i culmi si spoglino. L’impianto a goccia a goccia porta vigore alle piante, con occasionali rabbocchi a mano nei periodi più cocenti. Si è creato così un labirinto vegetale imponente e perfetto, che nessun bosso sarebbe mai in grado di comporre in un decennio, opera botanica capace di superare il tempo stesso, all’interno di un complesso che si colloca in un orizzonte che sfugge di fatto alla propria epoca.

E se un domani le risorse umane si esaurissero e il tempo, avido, infine vincesse? L’Editore non ha dubbi: il Labirinto si prenderebbe la sua rivincita ricoperto dalle piante che lo reclamerebbero, tramutandolo in una vivente, stupenda rovina.

Da vedere.

 

Il sito ufficiale: www.labirintodifrancomariaricci.it

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