I peri da fiore conquistano le città

Sono la prima scelta delle amministrazioni comunali e piano piano stanno comparendo in serie in mille viali cittadini prima dominio di alberi del tutto diversi, ben più imponenti di loro. Dove un tempo svettavano corpose chiome e grandi tronchi di platani, bagolari, tigli, adesso si stagliano le sagome esili ed eleganti dei nuovi protagonisti delle nostre città: i peri da fiore.

La chiave di tanto successo dei peri ornamentali? Proprio questa: la loro dimensione contenuta anche a pieno sviluppo, da piante adulte, e una manutenzione praticamente assente, che non richiede interventi di potatura. E in tempi in cui non si destinano fondi al verde pubblico, il pero ornamentale diventa una star di indiscusso fascino, che arriva proprio nel momento in cui nelle nostre città si è reso necessario sostituire molte alberate urbane giunte ormai a fine corsa, dopo molti anni di “servizio”, spesso vessati da continui maltrattamenti, tra potature errate e lavori di cantiere a danno delle radici, che ne hanno compromesso la stabilità e accorciato la vita.

Il pero da fiore in questi termini si presenta come un ottimo candidato: il più gettonato è la varietà Chanticleer (nome completo Pyrus calleryana ‘Chanticleer’). Da adulto questo pero non supera gli 8 metri, ha una forma piramidale molto compatta e ordinata, resiste a gelo e secco, diventa una nuvola di fiorellini bianchi a primavera e si colora in autunno prima di perdere le foglie. I frutti sono piccole bacche tonde a polpa dura. Si stima possa dare il meglio di sé in contesti urbani per circa 25 anni, per poi essere sostituito. Insomma, ottimi numeri per il perfetto albero di città…

Aggiungo però qualche riflessione. La prima: vogliamo davvero avere una città con alberi tutti uguali, che sembrano fatti con lo stampino? Davvero vogliamo rinunciare alla biodiversità che possono darci le mille e mille specie arboree che la natura ci mette a disposizione e che attirano in modo diverso uccelli, insetti e piccoli animali? Davvero vogliamo rinunciare alle grandi chiome ombrose, alla forza che esprimono i tronchi possenti e vissuti, al gioco di forme e colori differenti che rende un po’ più unici i luoghi che abitiamo? E poi un dubbio botanico: non corriamo del resto il rischio di creare un’enorme monocoltura che presto o tardi qualche insetto dannoso, di casa nostra o arrivato da lontano, troverà irresistibile?

Il pero da fiore non è sempre una scelta obbligata: ci sono spazi urbani, piazze e viali, che meriterebbero di più che soldatini perfettamente in fila dimenticando la propria identità storica e culturale a favore del basso costo con manutenzione zero. E molte interessanti varietà di alberi dalla forma compatta vengono selezionate e sbarcano sul mercato ogni anno, come anche alcune specie sempreverdi adattabili che nelle città del nord darebbero un colore anche all’inverno. E non sempre la soluzione giusta è un albero: a volte anche gli arbusti, che peraltro intercettano lo smog ad altezza “naso”, possono essere un’ottima alternativa. 

Non ci sono solo i pro, poi. Il pero da fiore, seppure campione di tolleranza di inquinamento e smog, non è però capace di assorbire ingenti quantità di CO2 e polveri sottili, al contrario di altre specie. E la fioritura, moltiplicata da così tanti esemplari, seppure concentrata in qualche settimana di primavera, sembra non abbia un profumo particolarmente gradevole. Inoltre l’ombreggiamento è minore di quello offerto da altre specie. Gli americani, che hanno iniziato a piantarli in massa prima di noi, stanno dando l’allarme: l’invasione dei peri da fiore piantati a centinaia corre il pericolo di creare inquinamento genetico e in alcune aree questo “soldatino arboreo” sta diventando invasivo, diffondendosi negli incolti e nelle campagne.

Che la perfezione fatta albero ci stia forse fuggendo un po’ di mano?

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