Brunella, il paradiso perduto sul tetto della fortezza toscana

Un giardino incantato, frequentato da prestigiosi personaggi dell’epoca, tra i contrafforti della Brunella, una delle più belle fortezze della Lunigiana, è patrimonio perduto per il Belpaese. L’ignoranza, il disinteresse e l’ignavia hanno vinto la loro battaglia contro cultura e storia in questo angolo della Toscana inconsapevole delle sue ricchezze. Sparuta l’erba cresce là dove fiori e arbusti spiccavano a contrasto con la pietra possente della Fortezza: ancora i glicini vetusti si abbarbicano testardi alle murate, sopravvissuti indomiti senza cure.

E’ questo il panorama desolato di quello che un tempo era il ricco giardino pensile costruito con amore dalla famiglia inglese degli Waterfield che per anni ha abitato la Brunella, approfittando della terra che gli spagnoli avevano sparso sul tetto del complesso al fine di attutire il rinculo dei cannoni. Il giardino era un incanto ricco di fioriture, alberi e una vasca con ninfee. Di questo paradiso pulsante di vita tutto si è perso, in primis l’occasione di preservare con cura e riportare alla vita un bene culturale e storico così prezioso per il Belpaese.

Lui, pittore, lei, Lina Gordon Duff, corrispondente dall’Italia per il The Observer, innamorati del Castello, ne fecero fulcro di intensa vita sociale in cui, all’ombra di pergolati e di lillà e mirabolani piantati sul tetto, discorrevano tra queste affascinanti mura personaggi come D.H Lawrence, Bernard Berenson, Aldous Huxley.

Ma quando la famiglia, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, lascia la Fortezza, che dal 1970 diventa proprietà dello Stato Italiano, subentra l’abbandono. Cancellato il giardino in nome di un restauro integralista che con miope rigore elimina anche elementi originari, si annunciano lavori di ristrutturazione fermi da anni che chiudono alla visita per mesi il complesso, mentre il vasto parco di antichi lecci che ricopre la collina, le vigne sui terrazzamenti e gli annosi pini dalla slanciata chioma ad ombrello vengono lasciati a loro stessi e un’invasione di alberelli di Ailanto si apre a forza la via tra le pietre indifese, là dove la mano dell’uomo non giunge più.

Lo sguardo incantato e consapevole del visitatore sogna rievocazioni storiche, matrimoni di gala, convegni ed eventi che ne farebbero una location richiesta e famosa, motore di economia e turismo: invece incontra foto sbiadite e stanze con un museo naturalistico fuori contesto, con uccelli impagliati invece di scudi e corazze, tra l’isolamento e l’indifferenza di istituzioni e cittadinanza.

Lo stato del luogo ha addolorato fortemente per primo chi lo ha vissuto: quella Kinta Waterfield che ne scrisse nelle sue memorie, A Tuscan Childhood, e che tornò a vederlo dopo la guerra, uscendone rattristata e smarrita. Negli anni passati docenti e studiosi hanno fatto proposte e indicato soluzioni, rimaste inascoltate.

Intanto che seccano le siepi di bosso inesorabilmente attaccate dal famelico bruco della piralide, la Fortezza della Brunella svetta muta, dominando la cittadina di Aulla e la valle, dall’alto delle sue possenti mura. Paziente, pare intenta a ricordare il clamore delle armi, le conversazioni dotte, lo splendore passato. Sembra attenda. Occorre forse che una mano straniera se ne prenda di nuovo cura, visto che il Belpaese l’ha dimenticata.

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