Albero-habitat: quando la vecchiaia diventa preziosa

Tronchi spessi e rugosi, forme irrigidite e a volte disarmoniche. Sono gli alberi che hanno visto tanta vita, invecchiati ma ancora indomiti, ben fissi nel posto in cui sono nati. Che a volte può essere un viale di città, una piazza, un bivio. I tecnici li guardano, questi grandi vecchi, con cipiglio, pensando ai costi maggiori per manutenerli e per garantire che non diventino pericolosi data l’età. La sentenza dice quasi sempre “Abbattere subito”. Ma per quei pochi esemplari che superano il severissimo filtro “costo/beneficio”, racconta a Fiori &Foglie l’arboricoltore Giovanni Morelli, si può pensare ad un’altra strada: dare loro una vecchiaia (che per un albero può essere lunga anche 100 anni) dignitosa e tutelata.

Se nella gran maggioranza dei casi, la decisione di abbattere gli alberi annosi è inevitabile, per alcuni è ammissibile fare un’eccezione, rivela l’arboricoltore. E non per semplice amor botanico. Gli alberi non sono solo esseri utili all’uomo perché danno ossigeno, ombra e perché purificano aria e acqua. Gli alberi possono diventare simboli, ci spiega Morelli. Questi giganti verdi segnano nel paesaggio una continuità con il passato, un legame tra le diverse generazioni: quel faggio dava ombra fresca alla casa del nonno, era lì quando nel quartiere la neve è caduta altissima, vive da sempre in quella strada dove è nato il primo figlio. Il tempo degli alberi, così diverso dal tempo umano, può diventare “luogo”, presenza vitale nel nostro immaginario che ti fa sentire a casa, quando ritorni da un viaggio. Un albero assume così un valore culturale, storico, sociale e affettivo: diventa parte di una comunità che lo ama e si prende cura di lui.

E, sottolinea Morelli, una comunità umana certo, ma non solo. Sono gli Alberi-Habitat, come vengono chiamati: il tempo ha regalato a questi esemplari arborei dall’aspetto tormentato una ricca pletora di esseri che l’hanno eletto a casa o addirittura …a cibo. Su tronchi, rami e radici, il grande vecchio ospita una quantità variegata e a volte rara, di specie viventi. Dai licheni ai muschi abbarbicati alla corteccia, ai rapaci a cui offre un posatoio, alle piccole erbacee che fioriscono ai suoi piedi, ai nidi di uccellini protetti dalla sua chioma. Tutti lì, su di lui, spesso unica oasi verde tra le case e il duro cemento.

L’idea che tutto questo possa essere semplicemente azzerato da una nostra decisione, è inaccettabile, dice Morelli.

Perché arrogarci il diritto, una volta accertato che l’albero annoso non rappresenta una minaccia per noi (con un’attenta analisi di stabilità), di decurtarne definitivamente l’esistenza con una motosega? L’esperto ammette che certo, gli alberi giovani sono più efficienti: ma di loro non si possono raccontare molte storie. Sono promessa del futuro, i giovani astoni, non memoria ed esperienza. Il grande vecchio è complessità, è spessore. Non è moribondo, è senescente: si trova in una diversa stagione della vita. Come il Colosseo, da cui non pretendiamo nemmeno la completezza: lo ammiriamo per ciò che è stato e per ciò che rappresenta nella nostra storia. Nessuno, spiega Morelli, penserebbe mai di abbatterlo perché “non serve più”, così come nessuno penserebbe di distruggere La Venere di Milo perché alla scultura greca mancano le braccia… Possiamo davvero pensare di rinunciare a tutto questo? Di popolare le nostre città solo di impettiti alberi “bambini”?

E che la vita imprima il suo valore sugli esseri viventi tramite le sue cicatrici è dato ben conosciuto dalle culture orientali, in cui i maestri bonsaisti, attenti a preservare lì dove la linfa scorre ancora, individuano nell’antico bonsai il legno morto che può essere lavorato senza danno. Scolpiscono così l’esemplare, usando il tempo e l’intaglio, così che assuma infine una forma che lo valorizzi, dando corpo all’emozione che suscita in chi lo osserva. Trasformandolo in un’opera d’arte. Ogni bonsai quindi diventa unico, così come è unica quella vecchia quercia benevola, proprio quella dai rami nodosi, che si trova in quell’incrocio sulle vecchie foto, in quella città, in quella piazza, tappa dell’esistenza di tante persone che su di lei hanno posato lo sguardo. Che merita la nostra attenzione e la nostra cura, come la meritano i nostri nonni, depositari di sapienza dimenticata.

Che sotto di lei si organizzino lezioni, che alla sua ombra si mangi insieme ridendo, che ai suoi piedi si leggano libri e si raccontino storie su di lei, ancora e ancora, si augura Giovanni. Questo approccio nella cura degli alberi di città, per noi ancora sperimentale, ha un nome, spiega Morelli: si chiama Arboricoltura Conservativa. E può essere una scelta di enorme valore.

Parlando dell’affascinante tema degli alberi annosi con l’arboricoltore, mi viene in mente che non è un caso se in Cina è uso raccogliere una bella ciotola amata, quando si rompe, rimettendone insieme i pezzi e saldandoli con dell’oro. Quell’antica cultura sa bene che sono proprio le sue cicatrici a renderla preziosa e insostituibile. Come succede con alcuni alberi molto, molto speciali.

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